Nove «bombe ecologiche» nel territorio lucano. Stabilimenti industriali che costituiscono un potenziale pericolo per l’ambiente e per la popolazione. Non è la denuncia dell’ambientalista di turno, ma l’allarme contenuto in un elenco di aziende, stilato dal Ministero dell’Ambiente, considerate «ad elevato rischio di crisi ambientale». Complessivamente sono 1.100 gli insediamenti italiani
Si tratta di uno scenario inquietante che, per quanto riguarda la Basilicata, non è completo. Sì, perché l’elenco non comprende il centro Enea di Rotondella (dove si trovano le famose barre di uranio americane). Attenzione, non significa che non sia pericoloso: la sua assenza è dovuta semplicemente al fatto che non si tratta di un sito industriale. Il quadro generale impone una seria riflessione ad ampio raggio su cosa fare per garantire un tempestivo intervento e per sanare situazioni del passato. Un passato che in Basilicata è stato «marchiato» sul fronte dell’inquinamento dall’ex Liquichimica di Tito e dai veleni della Valbasento. Da anni si parla della necessità di sanare ciò che è stato creando le condizioni di sicurezza e salvaguardia ambientale-territoriale con un occhio rivolto al presente e al futuro. Ma, come insegnano le lungaggini legate alla bonifica dei siti di interesse nazionale Tito scalo e Valbasento, spesso le parole e gli impegni finiscono nel dimenticatoio. Così come le denunce. L’ex boss dei Casalesi, Carmine Schiavone, anni fa parlò di un traffico di rifiuti in tutto il Sud. Rivelazioni che giacciono in un cassetto della Direzione nazionale antimafia. La Basilicata, per la verità, non è citata espressamente in questo dossier, ma non può chiamarsi fuori dal rischio di essere uno dei terminali del ciclo illegale dell’immondizia.
Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno